“Vogliatemi bene, ché io non me ne voglio.”
Un timido richiamo, un foglio affidato al vento o alle onde. Sono passati quasi due anni da quando ho lasciato che questo messaggio prendesse vita.
Uno di quei messaggi che, sebbene appaiano chiari e semplici, in realtà nascondono il buio che si espande dentro. E’ come se fossero scritti in codice, un linguaggio comprensibile soltanto a chi riesce a capire anche la sensazione, la situazione, il dolore provato da chi lo ha tradotto in parole.
Se il messaggio viene ricevuto e capito, allora si istaura un legame implicito, di reciproca, profonda comprensione e complicità. Si prova improvvisamente la sensazione di non essere soli, ma di condividere il proprio destino, soprattutto nei suoi meandri più cupi, con qualcuno che parla la nostra stessa lingua.
E’ la sensazione che fa sospirare con sollievo, che scioglie la tensione e fa sorridere… pur amaramente. In fondo al dolore prostrante, che sembra comprimere gli organi interni in una morsa angosciosa, si intravede una possibilità di sollievo: qualcuno che prova la stessa, identica cosa.
Intendiamoci, non si tratta dell’attuazione empirica del comune detto “mal comune, mezzo gaudio”. No. Si tratta di un sollievo reale provocato dalla reciproca condivisione, la consapevolezza di essere compresi, nel profondo, da qualcuno plasmato a nostra immagine e somiglianza. Un essere umano capace di dire sempre quella parola giusta al momento opportuno, non importa se per rimproverare, incoraggiare o consolare.
In fondo è quello che accade ogni giorno anche qui. Si confezionano messaggi, a guisa di foglietti in bottiglia, nella speranza che qualcuno capisca, nella folle, disperata speranza che qualcuno possa leggere oltre il tratteggio nero, dentro l’oscurità del proprio io.
Ogni tanto accade. La maggior parte delle volte no, anche se c’è chi finge di capire pur di creare un ponte comunicativo. Il problema è che la falsità, in questi casi, è quasi tangibile. Non si può governare l’empatia a proprio piacimento. Questi sono i tentativi che rimangono sterili, spesso ridicolizzati ulteriormente in pubblico.
Eppure ogni tanto accade. A volte una frase densa di significato approda in un porto accogliente. Non importa, in fondo, quanti sono i contatti nella loro totalità. Accade, per esempio, che ci siano persone con cui non si riesce mai ad arrivare ad essere concordi su un concetto, nonostante ad un terzo le nostre posizioni sembrino pressoché identiche. E’ come se parlassimo due, o addirittura tre lingue diverse, e nonostante gli sforzi e la buona volontà, la traduzione riuscisse sempre falsata.
Gli altri, invece, coloro che riescono a leggerti dentro semplicemente guardandoti in viso (o tra gli ultimi scritti), sono coloro che io amo definire “anime dannate nel mio stesso Inferno”. Sono persone preziose, che ci permettono a tutti gli effetti di specchiarci senza farci temere di essere impazziti. Il riflesso ci restituirà quelle parti di noi che fatichiamo ad accettare, i tasti dolenti della nostra esistenza, ma senza giudicare.
Semplicemente, accettando.
Per arrivare qui, però, è necessario essere disposti a compiere una sola, importante, fondamentale azione: riconoscere la propria sofferenza, smettere di negarla rifugiandosi in una fantasia consolatoria. Bisogna essere pronti a far vedere le proprie ferite, e le proprie cicatrici, e il proprio sangue che cola copioso dai tagli freschi.
E’ poi l’adesione dell’esperienza dell’altro alla propria a creare l’effetto di un impacco refrigerante su se stessi, ma, affinché possa accadere, bisogna esser disposti ad accettare l’altro esattamente così com’è, esattamente come l’altro accetta noi.
Nella totalità comprensiva del “buono” e del “cattivo”, delle parti in luce e quelle in ombra.
Mi manca questa connessione profonda, mi mancano i sorrisi, il sollievo, la pace.
Eppure ora, alle 4 del mattino, l’unica voce che mi accompagna è il fine ronzio del computer. Unica consolazione, il ricordo. Unico desiderio, domani.